LA REPUBBLICA Noi, i peggiori d’Europa. Anatomia di una resa

Ultras napoletani

(G. Mura) – Quella che per noi ben pensanti è una sconfitta (dello sport, della convivenza civile, della legalità, dello Stato) per gli ultrà è una vittoria, e come una vittoria l’hanno festeggiata in piazza. Quello che per noi rappresenta un punto di non ritorno, l’ennesimo, per gli ultrà è un passo avanti. I fatti di domenica sono noti. Di nuovo c’è la testimonianza di un calciatore della Salernitana che ha visto gli avversari piangere nel sottopassaggio, prima di andare in campo con più di mezz’ora di ritardo e un comunicato degli ultrà di Nocera che smentiscono ogni forma di minaccia ai giocatori e, con la pomposità del caso, si sentono difesi e rappresentati da “undici ragazzotti forestieri” che grazie al loro gesto “diventano grandi e nocerini”. Amici della zona mi dicono che la partita più a rischio non è il derby tra Salerno e Nocera (distanza km. 17) ma tra Nocera e Pagani (che confinano). Separare tre squadre in due soli gironi, come secondo Lotito avrebbe dovuto fare la lega Pro, non è possibile, almeno due sarebbero rimaste insieme, e comunque, visto che ci sarà sempre un sindaco a garantire l’alta civiltà dei suoi concittadini, prendiamolo per buono.

Suppongo che un paganese possa andare a bere un caffè a Nocera, o un paganese e un nocerino a mangiarsi insieme una pizza a Salerno, in tutta serenità e senza schieramenti di polizia. Perché non succede quando c’è di mezzo una partita di calcio? Perché gli ultrà hanno bisogno di nemici. Del calcio che avvicina, delle famiglie negli stadi non gliene frega nulla, sono favolette senza senso. Se ne stanno buoni solo quando incontrano ultrà gemellati, alleati. In quel caso i cori e gli insulti li fanno contro terzi. Ci sono stati troppi morti negli stadi italiani: da razzo, da coltello, a Roma, a Milano, a Genova, ci sono stati quattro morti su un treno, a Salerno, e molotov su un treno a Firenze. Un poliziotto che uccide il laziale Sandri, un catanese che uccide il poliziotto Raciti. Ci sono stati assalti alle caserme, sassaiole nelle stazioni, violenze sui vagoni.

Dopo l’omicidio di Raciti era necessario un giro di vite, ma oggi dobbiamo dire che non è servito a nulla, che il tifo ultrà è una malattia endemica che il sistema ha spesso finto di combattere e, quando ha pensato di avere le armi giuste, le ha ritrovate spuntate. Siamo a livello sudamericano, nell’Europa occidentale nessuno sta peggio di noi. E questo, evidentemente, non dipende solo da società colluse, che con una mano prendevano le distanze da “certe frange” e con l’altra le omaggiavano di biglietti e quattrini, in teoria per le coreografie, in pratica per non inimicarsele. Tanto più che erano buona manovalanza per riportare sulla retta via il calciatore che non faceva vita da atleta o per rompere le corna a qualche giornalista scomodo, o anche per manifestazioni di piazza non legate al calcio. La legge-Maroni, i biglietti nominali, la tessera del tifoso: un buco nell’acqua.

Quelli che sognano di tornare alla domenica della buona gente leggono di 10, 20, 30 Daspo e si sentono sollevati. Sappiano che basta un ricorso al Tar e quasi tutti i Daspo svaniscono, spariscono come gli steward quando i tifosi del Napoli decidono di sfasciare i cessi a Torino (un classico) e di buttare i pezzi di sotto. E capisco gli steward, come capisco i giocatori della Nocerina. Il questore di Salerno garantiva incolumità nello stadio di Salerno, certo. E il giorno dopo? E dopo una settimana? Il calcio in blocco ha alzato le braccia di fronte all’ipotesi di tante curve chiuse negli stadi, in tanti stadi, se non in tutti. Gli ultrà hanno capito che il loro potere era aumentato e si regolano di conseguenza, sono loro a dettare le condizioni e a fare la voce grossa. Loro allo stadio entrano sempre e comunque, loro decidono se processare pubblicamente i giocatori o l’allenatore, loro stabiliscono il tasso di dignità necessario per vestire una maglia, loro si ergono a difensori dell’onore. Gli altri, i non talebani, stiano pure a casa.

Non è un discorso di nord e sud. A Brescia, a Genova, a Roma (punto di non ritorno si disse anche quando saltò quel derby, e siamo sempre lì) è un rosario di brutte storie. Se i pullman delle squadre, in serie A e figuriamoci in quelle più giù, non fossero massicciamente scortati non arriverebbero o partirebbero interi da uno stadio. Ora cosa succederà? Che i più facili da colpire e quindi i più stangati saranno i giocatori della Nocerina. Che s’invocheranno pene più severe, o almeno un’educazione allo sport (potrei dire alla convivenza) che nessun governo s’è mai sognato di proporre. Si sa che mancano i fondi e si sa che siamo sul fondo. Si sa che l’Italia ha problemi più grandi da affrontare, e intanto questo problema che era piccolo (tranquilli, li conosciamo tutti, sono quattro gatti) è diventato grande. Di estrema attualità, anche se fra pochi giorni non ne parlerà più nessuno, come succede regolarmente e tristemente da una quarantina d’anni.

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