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GAZZETTA DELLO SPORT Mangia, prega, vola. Così la freccia “Itu” ha conquistato le big

J. Iturbe
J. Iturbe

(L. Bianchin) «Itu» da bambino aspettava che papà andasse a dormire, poi scappava in strada a giocare a pallone. A Buenos Aires i primi anni Duemila erano complicati, soprattutto per il figlio di un muratore come Juan Manuel. Ha raccontato recentemente in un’intervista: «Papà lavorava tutte le sere fino a tardi per mantenerci. Un giorno gli chiesi di potermi allenare in una squadra, ma per allenarsi bisognava pagare e noi non avevamo i soldi». Terza classe. Il suo carattere probabilmente nasce da lì: non certo cattivo, ma complesso. Timido in apparenza, soprattutto con i giornalisti e chi non conosce, in realtà simpatico. In spogliatoio dicono sia tra i più matti e organizzi mille scherzi. Il ragazzo di sicuro ha solidi principi cattolici. Ritwitta il Papa e scrive «Fuerza Kelvin», slogan che tra le virtù cardinali chiama in causa la temperanza: Kelvin è il giocatore per cui il Porto ha scelto di scaricarlo, ma «Itu» non conosce rancore.

IN CAMPO  A 6 anni faceva il portiere, però nelle interviste è sempre stato chiaro: «Mi piace giocare esterno. Sono veloce e posso andare sul fondo, per crossare o per rientrare». Non dice che sul fondo si arriva solo lasciando sul posto i difensori e i dati dell’ultimo campionato dimostrano che il 15 gialloblù ha talento per il salto ostacoli: ha dribblato 100 volte, meglio di lui in A solo Cuadrado. Ha anche segnato 8 gol con il sinistro, se mai ci fossero dubbi sul piede preferito, e ha giocato soprattutto a destra. Spesso efficace, a volte indisciplinato, come da tradizione. Da ragazzo evitava volentieri di studiare («andavo a scuola solo perché dovevo») e nelle prime settimane a Verona si risparmiava nella fase difensiva. Le urla di Mandorlini hanno disturbato la quiete del Bentegodi e obbligato Iturbe a evolversi in un giocatore bidimensionale. Il Milan, a quanto pare, ha apprezzato.

 

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