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LA REPUBBLICA La Roma frana a Palermo: i gol di Miccoli e Ilicic rovinano la festa a Totti

Miccoli e Ilicic

(E. Sisti)  Le verità non sono poi così nascoste. Una è che non basterebbe l’opera di un premiato cementificio per consegnare alla Roma la solidità necessaria a potersi garantire uno straccio di continuità, da poter girare per l’Italia rimanendo se stessa, una squadra accettabile sempre e dovunque. Ci vuole del talento (collettivo) per festeggiare in questo modo i vent’anni di professionismo di Totti avvicinandosi al derby. Un’altra verità è che non esistono squadre deboli (semmai ne esiste qualcuna finta forte…). Il Palermo non è debole, chi ha Miccoli e Ilicic, chi ha un coraggioso moltiplicatore di sforzi come Kurtic, pur con una difesa composta da ex-retrocessi, non è debole. Il Palermo è soltanto una squadra disperata (ma da oggi lo è forse un po’ meno: non vinceva da novembre, la salvezza ora è distante tre punti) che dà ciò che può, carica di rabbia, avvelenata dalle bizze di Zamparini che la comanda e abituata ormai ai cambi d’allenatore, e come tale la Roma avrebbe dovuto trattarla, per questo avrebbe dovuto temerla e diversamente gestirla.

Andreazzoli l’aveva detto: “La tratteremo come una squadra da scudetto’. Ma è stato lui il primo a non farlo allestendo lo stesso modulo con cui aveva vinto col Parma, un modulo che può andar bene all’Olimpico, che può essere adatto per stanare chi si chiude e che può persino commuovere per la sua derivazione spallettiana (due incursori dietro Totti): ma non può funzionare per le trasferte in cui c’è da star stretti, correre, improvvisare, coprire, soffrire, segnare. Non è a Perrotta che si può chiedere altro sangue. Non è a Totti che si può domandare di inseguire gli avversari sino al limite della propria area (e l’ha fatto). Non è a Lamela e Marquinho che si può imporre costantemente il doppio ruolo: perché alla fine non riusciranno a svolgere nemmeno uno dei due compiti. Mossa dai suoi poteri occulti, schiacciata dalle sue ormai note difficoltà genetiche, imprigionata nella personalissima interpretazione di Jekyll e Hyde, la Roma è franata per un’ora non riuscendo mai a raddoppiare sulle fasce, colpita a morte da Ilicic e Miccoli, Barreto, Morganella, Kurtic, che invece erano sempre uno in più, aiutata da due pali (di Miccoli e Kurtic). E’ rimasta appesa alle pachidermiche movenze della sua difesa orfana di Marquinhos, impoverita nei numeri e fiaccata da morbi individuali (la reattività di Burdisso sulla rete di Miccoli era zero). Il 2-0 del primo tempo, con un Palermo capace anche di esprimere un buon gioco, rispecchiava il rendimento in campo. Padroni di casa agili e Roma pesante, insulsa sotto porta, che spacciava la propria instabilità per mobilità. Per due volte Marquinho è arrivato sul pallone accecato, prima dal sole e poi dalla mancanza di concentrazione (ha lisciato il pallone mentre avrebbe dovuto calciare a colpo sicuro). Persino Totti, da posizione favorevole, ha sbagliato l’impatto dalla breve distanza.

Nella ripresa Andreazzoli s’è affidato prima al 3-4-1-1 con Osvaldo e Pjanic e poi, con Torosidis, al 3-4-3, chiedendo a De Rossi ciò che De Rossi non fa più da tempo (le capriole). Come sempre i numeri sono arida e incomprensibile aritmetica se gli scolari non conoscono le tabelline. Troppo spesso capita che la Roma scenda due, tre, quattro gradini, rallentando il rallentabile senza motivo (in apparenza), dimenticando le buone maniere del calcio vero. Un giorno sembra in fiore, il giorno dopo avvizita. Andreazzoli arriva al derby con una sconfitta, simile a quella con cui aveva iniziato a Marassi. Il cerchio purtroppo si stringe.
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