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Zaniolo: “Non mi aspettavo di fare così tanto in poco tempo. Italia? La prima volta non ci credevo. Il giorno dell’esordio al Bernabeu ero paralizzato” (VIDEO)

Nicolò Zaniolo è il protagonista di “Piedi X terra” di DAZN. Ecco le sue parole:

Manca qualcosa nella tua descrizione di Wikipedia?
«Diciamo che su falso nueve ci devo ancora lavorare però per il resto siamo sulla buona strada».

In pochissimo tempo hai fatto vedere tantissime cose. Sapevi di saper fare tutte quelle cose lì?
«Speravo di farle. Conoscevo mie caratteristiche. Pensavo di poterle fare ma non in così poco tempo».

Ti sei sempre definito trequartista, in futuro?
«Da trequartista mi sono sempre divertito giocando perché quando vado in campo la prima cosa penso a giocare e divertirmi e da trequartista ci riesco meglio. Posso fare anche la mezzala, come l’esterno per le caratteristiche che ho. Non mi vedo ancora in un ruolo definito perché mi devo definire ancora bene come calciatore».

Una persona che conosci ha detto secondo lui cosa sei, Federico Balzaretti: “Per caratteristiche fisiche e tecniche penso faresti la differenza a livello mondiale come interno di centrocampo. Sono orgoglioso di te”.
«Federico l’anno scorso mi ha aiutato molto ad integrarmi, mi ha dato tantissimo consigli, lo devo ringraziare tantissimo. Ci sono anche difetti da migliorare, come il piede debole o la scelta della giocata e l’ultimo passaggio. Mi ci rivedo in queste cose perché le sto dimostrando e spero di continuare a farlo».

Sei riuscito tantissimo in poco tempo, ma per arrivare a dimostrare ciò che sei hai fatto un viaggio lungo. Ripercorro il tuo viaggio e ti mostro il tesserino di quando eri bambino
«Questa è la prima foto che ho fatto per il cartellino. Qui mi sembra che giocavo nel Canaletto. L’anno dopo sono andato nel settore giovanile dello Spezia dove c’era l’iscrizione. Dopo sono tornato a Canaletto un anno e poi al Genoa ma per motivi logistici non mi potevano trasportare con il pulmino e ho dovuto cambiare. Sono andato alla Fiorentina dove c’era la possibilità di andare da La Spezia a Firenze con il pulmino e l’ho fatto per tre anni. Mi ricordo che uscivo 10 minuti prima da scuola e all’una e dieci avevo il pulmino da Carrara per Firenze, tornavo a casa alle 9 di sera per tre anni. A 14 anni poi mi sono trasferito a Firenze in convitto con le persone che venivano da lontano».

Hai sempre saputo che un giorno saresti diventato calciatore?
«No, anzi. Nella mia carriera calcistica, soprattutto nel settore giovanile, non sono stato uno di punta, non sono mai stato visto come uno che doveva arrivare. Ero piccolo fisicamente, dovevo ancora entrare nella fase dello sviluppo, ma ho sempre lavorato e quando la Fiorentina mi ha scartato per motivi tecnici sono andato via ma con la stessa voglia ed entusiasmo sono andato all’Entella, dove ho trovato più spazio e persone che credevano in me”.

L’Entella è stato un all-in, perché se non fosse andata bene lì non saresti come oggi
«Sono arrivato a preparazione quasi finita. Ero al bar di mio papà e nelle prime quattro partite non avevo giocato. Mi misi a piangere dicendo a mio padre che se non avessi giocato lì, avrei dovuto cambiare sport o dedicarmi ad altro. Ero titubante se continuare o no, avevo fatto 0 minuti in tre partite e venivo da una non conferma alla Fiorentina e all’Entella non giocavo. Mi sono detto che magari le qualità non c’erano. Mio padre mi ha detto di provare a fare l’ultima settimana a mille, senza avere rimorsi e io l’ho fatta. Da quella partita ho giocato col Palermo e non sono più uscito».

Sull’esordio in Serie B
«Eravamo a Benevento. Erano due-tre settimane che il mister Breda mi parlava e mi diceva che mi stavo allenando bene e che dovevo continuare così. Diciamo che era nell’aria ma non me lo aspettavo a Benevento perché era una partita delicata contro una squadra forte. Eravamo 0-0 e il mister all’80’mi ha detto di andarmi a scaldare perché dopo 5 minuti sarei entrato. Ho fatto gli scatti più veloci della mia vita. Da lì è iniziato tutto».

“Della vita mia”, stai diventando anche un po’ romano nel parlare
«Sì (ride, ndr). Me lo dicono anche i miei amici che ho preso l’intercalare romano».

Debutto in Champions League contro il Real Madrid e chiamata in Nazionale senza aver esordito in Serie A. Mi racconti quella settimana?
«Non ti nascondo che sapevo di giocare al Bernabeu fin dalla mattina, sono rimasto tutto il giorno a fissare il soffitto, incredulo. Sembravo paralizzato, ero stato al Bernabeu, ma solo per una gita. Nel sottopassaggio non vedi il campo, vedi solo accanto a me una muraglia di maglie bianche e campioni come Ramos, Bale e Modric. Devi essere bravo a non pensare al contesto ma a quello che sai fare, perché se il mister ti schiera significa che un motivo c’è. Ho provato a dire il mio meglio e non è andata così male».

Se chiudi gli occhi ripensando a quel periodo, cosa ti viene in testa?
«Se dovessi chiudere gli occhi, mi immagino una cena a casa di un mio amico, a mangiare una pizza, e vedo il mio nome tra i convocati del ct Mancini e subito penso sia un errore. Poi la notizia continuava a girare ovunque e quindi ho iniziato a sperarci. Poi è arrivata la chiamata del team manager della Nazionale, era un sabato, dicendomi che dopo due giorni sarei dovuto andare a Coverciano per il raduno della Nazionale A. Mi sono messo subito a piangere ed ho chiamato mio papà e mia mamma e, increduli, hanno pianto anche loro. È stato un fine settimana perfetto, non ho dormito per due giorni e sono arrivato a Coverciano e sembravo un ragazzo al parco giochi. Ancora adesso non sto realizzando tutto quello che sto facendo. Forse è la mia forza o forse no. Penso ogni giorno ad allenarmi, divertirmi e rendere orgogliosi i tifosi della Roma perché meritano tanto. Non guardo mai indietro ma solo avanti».

Come hai vissuto il tuo primo gol in Serie A al Sassuolo?
«Erano due o tre settimane che cercavo il gol in Serie A. Avevo iniziato a giocare con continuità. Venivamo dalla partita contro il Cagliari in cui avevo avuto  3-4 occasioni in cui avrei potuto fare meglio e per tutta la settimana sono stato a pensare a quelle occasioni, quindi lo cercavo tantissimo. Contro il Sassuolo sono arrivato davanti alla porta e ho detto «Non posso più sbagliare». Ho visto i due difensori a terra e l’unico modo per farla passare era lo scavetto e ho provato quello. Penso sia l’emozione più bella che per adesso ho vissuto. Quando la palla è entrata in rete, non sapevo neanche come esultare. Volevo togliermi la maglia ma era già ammonito, quindi ci ho ripensato».

Tuo padre ti ha chiesto del gol a fine partita?
«Sì, perché mi ha detto “Ma come ti è venuto in mente di fare una cosa del genere?”. Davanti al portiere di solito si tira, non si sta a vedere. Ma ho avuto la bravura di essere freddo e fare il cucchiaio e gol. È stato istinto puro, perché in allenamento non l’ho mai provato. Prima di quel gol ero un ragazzino per i compagni, dopo sono diventato un ragazzo. Mi ha aiutato ad integrarmi meglio nello spogliatoio, ma ero già integrato prima. I compagni sono stati bravi fin dall’inizio ad accogliermi subito come una famiglia».

In romano si può dire cosa ti hanno detto dopo la partita, come Florenzi o Pellegrini?
«In romano schietto mi hanno detto: “Ammazza che ca**o hai fatto».

Cosa pensi delle critiche?
«Nella mia vita calcistica finora ho sempre avuto più delusioni che soddisfazioni, quindi magari le critiche mi sono sempre servite per dare qualcosa in più, per essere più forte. L’anno scorso c’è stato un periodo dove si aspettavano tanto da me perché avevo fatto tanto e non riuscivo. Non mi sono mai abbattuto, anzi sono sempre sceso in campo col sorriso cercando di dare il massimo e migliorare. Poi una società e una piazza come la Roma richiede tanto ed è giusto che si siano state delle critiche se le prestazioni non erano all’altezza. Le critiche mi hanno fortificato molto perché non nascondo che non ci sono stato bene, perché da essere osannato magari ad essere criticato non è bello per un ragazzo di 20 anni, ma per quelle critiche subite ora ho le spalle più larghe anche se non larghissime. Ora come ora penso a giocare e divertirmi, poi se c’è la prestazione buona meglio, ma l’importante è far vincere la squadra».

Qual è la prima competizione della Nazionale che ricordi? 
«Il 2006. Ero in vacanza con la mia famiglia e quindi ho visto la partita con i francesi. Mangiavo al McDonald’s, c’era la partita proiettata là e ho visto il gol di Materazzi e ho esultato. Mi hanno guardato un po’ male».

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