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GAZZETTA GIALLOROSSA Osvaldo, l’incoscienza sospinta dal narcisismo

Osvaldo totti rigore

Stadio Marassi, SampdoriaRoma, minuto 69, Osvaldo riceve palla in area, tackle di Gastaldello su di lui. Celi assegna un calcio di rigore. Di li in poi ci si aspetta una situazione non nuova agli occhi del esperto conoscitore dell’ambiente giallorosso da vent’anni a questa parte. Da quel momento in poi, la palla passa al numero dieci che la sistema sul dischetto, cercando di dare concretezza alla ghiotta opportunità, cosa che accade quasi puntualmente.

Succede invece un fatto strano, quanto insolito e poco sensato. Il calciatore atterrato, onore al merito di essersi procurato un’occasione importante, pretende ed ottiene di sovvertire le gerarchie con l’energica convinzione dell’uomo sicuro di se. Un gesto di personalità per alcuni, un peccato di lesa maestà per altri. Sta di fatto che quando scansi la storia della Roma per farti largo sul dischetto, ebbene quel momento é foriero di una grandissima responsabilità che chi decide di sobbarcarsi deve essere in grado di assolvere. Aggiungendo motivazione e consapevolezza consone all’importanza del gesto insubordinante appena effettuato, laddove è labile il confine tra determinazione e mera incoscienza.

L’esecuzione non va a buon fine, ma più del fallimento, colpisce la sua modalità: tutta quella convinzione mostrata nel pretendere di calciare il penalty – il cosiddetto “tiro ragionato” esibito da Osvaldo con successo nella gara contro il Torino –  si traduce in un passaggio lemme lemme al portiere di turno cimentatosi nella più semplice delle parate. Mortificata l’importanza del momento, la condizione psicologica della squadra e quella del calciatore stesso,si fa largo l’amaro verdetto, ovvero la sconfitta, che evidenzia l’ardua sentenza. Talvolta é necessario andare oltre la vana gloria del personalismo, dimostrando maturità ed umiltà. Totti aveva la possibilità di accorciare le distanze da Nordahl, secondo marcatore della storia della Serie A, ma dinanzi ad un compagno apparso deciso, ha messo da parte le proprie ambizioni, pur essendo deputato da una vita al tiro dagli undici metri. Rigori pesanti, momenti delicati come quell’ottavo di finale deciso proprio da un tiro segnato dal dischetto, al 90′ contro l’Australia. Un pallone bollente, al quale nessuno osava avvicinarsi, spedito in rete con la decisione propria di quelle situazioni, quando anche se il portiere intuisce la direzione, la potenza e l’angolazione non permettono l’intervento salvifico. Prerogative non detenute da qualsiasi calciatore, qualità morali, sicurezza in se stesso, i famigerati occhi della tigre, una determinazione contraddistinguente chi decide di presentarsi sul dischetto per assurgere a risolutore.

Il gesto di Osvaldo in sostanza non aveva intriso in sé nulla di tutto questo, come ha dimostrato il modus operandi, l’esecuzione del penalty. Una scelta, quella di sottrarre con veemenza il pallone al Capitano che si configura alla stregua dell’ennesima intemperanza caratteriale della punta italo-argentina: dallo schiaffo a Lamela alla lite con Baldini passando per le 4 espulsioni e la fuga d’amore con la cantante argentina Jimena Baròn a Capodanno, invece di presentarsi ad Orlando assieme alla squadra per prendere parte alla Tournee in adempimento ai suoi obblighi contrattuali. Osvaldo prigioniero dei suoi limiti caratteriali, con buona pace sia del rendimento che delle ambizioni personali ma soprattutto inesorabilmente un danno per la squadra. Già, la squadra: un concetto di gruppo che sembra non appartenere ai pensieri di un elemento dotato tecnicamente, a cui piace specchiarsi in un narcisismo spregiudicato. Proprio come il personaggio del mito che per punizione divina si innamora della sua stessa immagine riflessa in uno specchio d’acqua, lasciandosi infine morire resosi conto dell’impossibilità del suo amore. Pablo Daniel Osvaldo presumendo un idea di se stesso non aderente alla realtà, pretende troppo dalle sue caratteristiche individuali. Dalle giocate forzate inutilmente e ricercate più volte alla coda sciolta e ricomposta durante ogni azione, in una giostra di esaltazione personale all’interno della quale resta la prima vittima di se stesso, crollando poi sotto il peso di responsabilità che non gli competerebbero. Atteggiamenti che al di là del professato amore per la maglia, costituiscono il freno più grande alla sua carriera – giunta ormai all’apice, avendo 27 anni – chiaramente al di sotto degli standard potenziali. Molto spesso è proprio il carattere più che l’Ars pedatoria, od il virtuosismo tecnico, a fare la differenza tra il campione ed il calciatore normale. L’impressione sempre più delineata é che Osvaldo non appartenga alla prima categoria, sebbene possegga tutte le credenziali per poter aspirare a farne parte, qualità divorate però dall’eccessiva considerazione di se stesso che trascende troppo spesso in una mal coniugata supponenza, con risultati desolanti.

Se é vero che come sostiene una famosa canzone non si giudica un giocatore da un calcio di rigore, nel triste pomeriggio di Marassi non é stato messo in discussione un errore tecnico, ma una serie di comportamenti sopra le righe che continuano a contraddistinguere un calciatore il cui percorso fatto di Bologna, Fiorentina ed Espanyol la dice lunga sulla sua reale dimensione.

 

A cura di Danilo Sancamillo

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