AS ROMA De Rossi: “Non sarei mai potuto nascere in un’altra città”. Totti: “La Roma è una missione”

Totti Pallotta Tonucci
Totti Pallotta Tonucci

Il famoso periodico sportivo americano “Sport Illustrated“, ha curato un approfondito speciale sulla Roma, intervistando tra gli altri Pallotta, Baldissoni, Totti e De Rossi. Queste le loro parole:

Baldissoni: “Sono sempre stato molto, molto orgoglioso andando in giro per il mondo. Io sono di Roma, io sono della ‘fottuta’ Roma. E’ parte di me. Io sono parte di Roma. Se tu pronunci queste parole e ti senti come Giulio Cesare, allora vuol dire qualcosa. Girando per la città, puoi respirare lo stesso senso di trionfo degli imperatori che costruirono il mondo. E’ qualcosa di speciale. Totti è un figlio della città. Non è solo un giocatore. Non è solo il migliore. Non è solo un idolo. E’ uno della famiglia. E’ un fratello. E’ un figlio del popolo. Per noi romanisti in particolare, c’è un legame speciale con la città e i nostri colori. Noi stiamo ricostruendo la storia in termini di manufatti e cimeli. Abbiamo raccolto 900 manufatti dai collezionisti. Siamo stati in grado di recuperare 70mila foto del club dal 1927 al 1998. Prima non avevamo foto“.

De Rossi: “Non sarei mai potuto nascere in un’altra città, ognuno di noi è nato con questa passione, con questo destino. Tutto questo mi passa per la mente. Ma è qualcosa che ho scelto tanto tempo fa. Sta tutto qui. Ogni tanto sul divano penso, ‘Se non fossi nato a Roma, non sarei mai stato un tifoso della Roma. Non avrei sentito questo senso di appartenenza, questo dovere, verso i miei tifosi, la mia gente, la mia città. Per me che comunque sono un buon giocatore, sarebbe stato sicuramente più semplice. Ma l’altra faccia della medaglia è che io ho sempre amato stare qui. Amo rendere felice la mia gente, che sia per una partita sola o anche per tre. Amo vederli felici. Puoi trovare i tifosi anche al Chelsea, al Real Madrid o al Manchester United, ma io qui ho i miei amici. I miei amici in tribuna e anche persone che non conosco. Però loro sono un po’ come i miei amici perché hanno la mia stessa passione, la mia stessa fede. Abbiamo la stessa storia. Piangiamo per le stesse partite, siamo stati tristi per le stesse ragioni. Condividiamo le nostre emozioni anche se non ci siamo mai conosciuti. Il solo sentimento più grande dell’orgoglio che provi quando giochi per la Roma è la tristezza che proveresti senza la Roma. Certo non sarebbe giusto verso i tifosi lasciare sia io che Francesco nello stesso anno. Era tutto diverso, prima eravamo più come una famiglia. Quando tutto stava cambiando, ho cominciato a pensare che sarebbe stato meglio dal punto di vista economico. Però sarebbe stato tutto un po’ meno ‘umano’. Una proprietà diversa, una lingua diversa. Ma dopo un paio di mesi ho potuto facilmente capire che la passione che ha spinto la nostra vecchia proprietà era simile a quella dei ragazzi che ora sono al comando della Roma. Possiamo sempre condividere la nostra storia con tutte le altre popolazioni, paesi o città. Ma sarà sempre diverso quello da che prova la gente di Roma. Non siamo spaventati dal condividere. Forse questa passione potrà portare un ritorno economico che renderà il club più ricco e più forte e magari in grado di vincere presto qualcosa di importante. E’ una questione di ambizioni, capisci. Per me il denaro non è qualcosa che mi può far spostare dalla Roma al Chelsea. Prenderei più soldi al Chelsea, ma prendo soldi anche qui alla Roma. Quindi non c’è differenza. In altre squadre posso guadagnare di più ma questo ‘di più’ non mi interessa. E’ tutta una questione di ambizioni. E’ più ambizioso un giocatore che vuole andare a vincere la Champions League con il Real Madrid o uno che invece vuole vincere il campionato con la Roma? La Roma non ha mai vinto molti scudetti. In 90 anni ne ha vinti tre ed è stata dura. Penso che una grande ambizione può anche essere provare a vincere dove nessuno è mai riuscito. Questo è più difficile. Quando sei un bambino, è diverso da come poi sarai un tifoso della Roma da adulto. Gli adulti vivono adesso con questa pressione, questa ansia. E’ come un lavoro. I tifosi della Roma hanno dei problemi a causa dei soldi, per i loro figli, e magari un altro problema può anche essere la Roma. E’ questa l’altra faccia della moneta, tutti questi problemi, queste ansie, queste preoccupazioni per le sorti della Roma. Però noi viviamo con un orgoglio, quello di essere tifosi della Roma. Loro si riconoscono in noi, in me e Francesco“.

Totti: “Non mi definirei un’icona, ma un cittadino di Roma che è da sempre e per sempre innamorato della sua città. Ora avrei forse in bacheca più medaglie d’oro, quelle del vincitore, e avrei sicuramente giocato più semifinali o finali di Champions League. Ma io provo un enorme senso d’orgoglio nell’aver indossato la maglia della Roma per così tanti anni e nel sapere di aver dato tutto me stesso per la mia squadra. Io e Daniele abbiamo vinto il Mondiale con l’Italia da giocatori della Roma e abbiamo vinto pochi altri trofei qui. E chi lo sa se magari ne vinceremo ancora un altro. Non lo chiamerei un obbligo e penso che Daniele la pensi allo stesso modo. La vedo più come una missione che entrambi abbiamo portato avanti con passione e senso di responsabilità. Ho sempre detto che mi piacerebbe fare una passeggiata al centro senza essere riconosciuto. L’ultima volta che ci ho provato è stato un pandemonio. In ogni caso non mi sento oppresso dalla mia città. Sono innamorato delle sue strade, dei monumenti e delle borgate”.

Pallotta: “Non siamo così lontani dal poter competere con le squadre migliori del mondo. Non mi sento come se non fossimo competitivi in nessun aspetto. Ci sono molti giocatori giovani e bravi. A Luciano (Spalletti, ndr) piace la squadra. Francesco non può camminare a Roma. E’ pazzesco! Se vado a pranzo con lui da qualche parte e pensiamo di averla fatta franca, quando abbiamo finito ci ritroviamo almeno 120 persone davanti. Mi ha detto che quando vinceremo lo scudetto, una mattina al Colosseo ci entrerà di nascosto“.

Fonte: Sports Illustrated 

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