DOPO PARTITA La lettura dell’incontro di Paolo Marcacci

Napoli-Roma Osvaldo

Il Napoli non è stato nulla di trascendentale. Poi c’è stato Cavani, che è un altro discorso, persino avulso dal contesto verrebbe da dire. Fatto sta che sono due al quinto della ripresa: perentoria nei numeri, fino a lì la partita, che finiscono nell’immortalità degli almanacchi ma non corrispondono ai contenuti. Per carità la Roma non scende al San Paolo nella versione migliore, gambe imballate e centrocampo a tre cilindri (è li che nascono la maggior parte dei problemi), però quando trova la concentrazione per spingere e costruire dalle parti di De Sanctis ci arriva eccome, impegnandolo per un numero di occasioni superiore a quelle con cui il Napoli insidia Goicoechea. Totti è agonismo e profondità, sfiorato a ogni giro di palla dai fischi di paura dei partenopei cui la Befana (con la collaborazione di Bradley, Burdisso, Castan…) porta in dote il doppio vantaggio con il minimo sindacale dei meriti; il fatto è che spesso l’ultimo, azzeccato passaggio trova un Destro tempista nell’inserimento ma mancante di cinismo, oppure un Balzaretti in ritardo sul “Carpe diem” o, ancora, un Lamela che non affonda la lama. E dire che quando viene insidiato il Napoli alle corde ci va che è un piacere, come tutte le squadre guardinghe, diciamo così, che passano per essere più spettacolari di quanto non siano in realtà. Quando Zeman dice basta alle carezze di Destro a beneficio del randello di Osvaldo, si vede più ciccia in attacco, anche se lo strato adiposo del “lato B” partenopeo sembra resistere bene all’urto, come nel caso dell’occasionissima incredibilmente mancata da Bradley. E’ proprio sulla considerazione dei sentori di riapertura del match che arriva il calcio d’angolo da sinistra su cui il Matador impatta di testa alla sua maniera: sono tre e tardi ad annotare la segnatura perché ancora stai chiedendo lumi circa la disposizione delle marcature. A uno: Osvaldo, movimento perfetto sul corridoio, considerazioni sterili da senno di poi sui tempi della sostituzione. Il rosso quasi fisso arriva anche stasera: stavolta è Pjanic, che si concede anche il “lusso” delle invettive reiterate. Il bello, si fa per dire, è che il Napoli continua a difettare di equilibrio, a prestare il fianco a quello che la Roma sarebbe capace di osare, però le svagatezze della Roma sono come le buche sul terreno indegno del San Paolo: disseminate ovunque, pregiudicanti. Ci prova fino alla fine la squadra di Zeman, con Bradley tra i più volitivi nel cercare l’inserimento verso De Sanctis e la sensazione che il Capitano della Roma alla fine provi un filo di scoraggiamento nell’assistere allo spreco della sua messe di suggerimenti. Si finisce con Insigne che prova a partecipare alla Piedigrotta non del tutto meritata degli uomini di Mazzarri e con una serie di interrogativi che prendono corpo per chi guarda la Roma: quanti sono effettivamente tornati dagli Usa? Chi è stato, stasera, assente ingiustificato? Si finisce col quarto di Maggio, con De Sanctis paonazzo per l’esultanza, conscio dell’immeritato pallottoliere e con l’ennesima versione della Legge di Murphy in chiave giallorossa: se qualcosa poteva andar male, ci è andata.

Facciamo che era l’ultima del 2012, non la prima del 2013. Poi rifacciamo l’appello.
Paolo Marcacci 
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